Gli Altri Ragazzi – La rabbia, l’amore negato…

Gli Altri Ragazzi - La rabbia, l'amore negato, la sofferenza e poi ancora l'amore

Gli Altri Ragazzi

Gli Altri Ragazzi

La rabbia, l’amore negato, la sofferenza e poi ancora l’amore

di Nino Bonaiuto

 

È uscito il libro “Gli Altri ragazzi”, con sottotitolo: “La rabbia, l’amore negato, la sofferenza e poi ancora l’amore“, un romanzo di Nino Bonaiuto che approfondisce i rapporti fra un padre e un figlio contrapposti da un conflitto fatto di rabbia e non accettazione. Giovanni, il compagno del padre, medierà fra i due, cercando una riconciliazione che appare impossibile.

Il sottotitolo del libro, “La rabbia, l’amore negato, la sofferenza e poi ancora l’amore”, è una sintesi delle emozioni che accompagneranno il racconto dell’evoluzione di un rapporto di amore-odio profondissimo.

Gli Altri Ragazzi può essere acquistato presso le seguenti librerie online:

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Di seguito vi presentiamo il primo capitolo di “Gli Altri Ragazzi”, storia di rabbia, amore negato, sofferenza e poi ancora amore :

Capitolo 1 – Da dieci anni in qua

Lo stracotto di manzo era quasi pronto. Il suo profumo fortissimo aveva invaso la cucina, diffondendosi anche nelle altre stanze di villa Corradini.

Aldo era nel suo studio. Stava leggendo, come suo solito, un libro giallo. Ne consumava uno a settimana ed ormai il mio compagno era un vero e proprio esperto di omicidi, indagini e scene del crimine. A volte pensavo che quella sua innocua mania potesse nascondere un risvolto inquietante: non era che quelle letture gli servissero a tenere a bada un istinto che altrimenti avrebbe espresso nella realtà? Immediatamente dopo aver pensato questa cosa, mi veniva sempre da sorridere: il mio Aldo era un uomo pacifico e buono, che non avrebbe fatto male nemmeno a una mosca.

Eravamo insieme ormai da dieci anni. Ricordo ancora quando c’incontrammo, a Bologna, durante un congresso dell’Associazione Italiana di Oftalmologia. Io a quell’epoca abitavo ancora a Quartu Sant’Elena, con mamma, papà e Rita, la mia sorellina, più piccola di me di ben nove anni. In Italia i congressi oftalmologici non erano eventi insoliti: se ne tenevano diversi, in diverse città, in diversi periodi dell’anno. Decisi di partecipare proprio a quello di Bologna nell’autunno di quell’anno, poiché uno dei temi in agenda era una certa nuova tecnica chirurgica che mi interessava moltissimo per il mio lavoro in ospedale. A volte ho l’impressione che il vero motivo per cui volai in Emilia Romagna, sfidando l’ostile stagione fredda di quella regione, fu Aldo. Il Destino o chi per Lui sembrava aver pianificato accuratamente il nostro incontro.

Quando Aldo salì sul podio, per svolgere il suo intervento, il mio sguardo venne attratto immediatamente dall’oratore. Era un uomo bellissimo, capelli cortissimi di color biondo scuro, viso regolare, barba corta, robusto. Non so cosa fu esattamente a farmi innamorare di lui, forse la sicurezza con la quale si muoveva, forse quegli occhiali dalla montatura scura, o la sua voce tremendamente virile, che mi dava i brividi lungo la schiena e che risvegliava i miei istinti più nascosti. Aldo Corradini… non avevo mai sentito parlare di lui prima di allora.

Ripresi la brochure che mi avevano consegnato all’accoglienza e cercai delle notizie sull’intervento di questo giovane professore di Modena.

Corradini veniva qualificato come ricercatore e si elencava la lunga sequela di pubblicazioni scientifiche al suo attivo, tutte apparse nelle maggiori riviste oftalmologiche internazionali. Sulla brochure c’era scritto che aveva quarant’anni, ma non c’era la foto. Dal vivo il professor Corradini era di grande impatto: bello, carismatico, affascinante. Illustrò un suo esperimento con un tono estremamente professionale, assolutamente privo di quella supponenza che di solito è comune ai mediocri, che si ritengono dei padreterni e che abbondano, ahimè, nel mondo accademico.

Ad un tratto mi sembrò che il suo sguardo si posasse proprio su di me. Fu solo per un attimo, ma io credo che fu quello il momento in cui si creò il primo contatto fra di noi; uno sguardo che avrebbe avuto un peso molto importante nelle nostre vite.

Inutile dire che dopo il suo intervento mi feci largo fra la folla dei colleghi e andai a complimentarmi con lui di persona.

«Il suo intervento è stato magnifico, professor Corradini», dissi, tendendogli la mano. Lui mi guardò, incuriosito da tanto entusiasmo. Il suo intervento era stato incentrato sulle nuove tecniche che utilizzavano il raggio laser per il trattamento del glaucoma in una maniera innovativa, più efficiente che nel passato.

In seguito mi disse che gli ero piaciuto subito e che si era sentito lusingato dal mio interesse per lui, ma non ricordava affatto di avermi rivolto quello sguardo durante il suo intervento dal palco. Forse avevo frainteso? Ne dubito.

«Mi chiamo Giovanni Puddu, lavoro all’ospedale Civico di Cagliari», gli dissi presentandomi.

«Piacere, Giovanni», rispose Aldo. Il mio nome pronunciato dalle sue labbra mi sembrò una musica divina.

Gli chiesi, un po’ sfacciatamente, se potevamo pranzare insieme, con la scusa che mi sarebbe piaciuto chiedergli qualche ragguaglio, in riferimento al suo intervento. È vero che c’erano delle cose che avrei voluto approfondire, riguardo ai suoi lavori, ma il mio interesse per lui era prevalentemente estraneo alla nostra professione. Mi interessava lui. Non era sposato, non portava la fede e – per quello che potevo vedere – non era accompagnato da una donna, come la maggior parte dei colleghi, i quali approfittavano del congresso per farsi anche una breve vacanza.

Quel suo sguardo durante il suo intervento, che credevo mi avesse rivolto, mi aveva spinto a farmi maggiormente coraggio: in qualche modo non gli ero indifferente. Avrei detto addirittura che gli interessavo.

Lo stracotto era pronto. Spensi il gas.

«Aldo! Vieni a tavola che è pronto!», gridai.

«Un momento! Mi manca l’ultima pagina per finire il capitolo», rispose il mio compagno, ad alta voce.

Mai che venisse subito, quando lo chiamavo. Ormai ci conoscevamo come le nostre tasche e, inevitabilmente, nella nostra routine erano entrate tutte quelle abitudini e tutti quei tic tipici della vita di coppia.

Se Aldo era un lettore avido di libri gialli, io ero un cultore della musica italiana degli anni Quaranta e Cinquanta, l’epoca dei miei nonni, per intenderci.

Era stato mio nonno – che si chiamava Giovanni, come me – a farmi ascoltare per la prima volta quella musica, facendomi partecipe di quella autentica magia. Gli altri ragazzi ascoltavano la musica rumorosa che andava per la maggiore negli anni della mia giovinezza, mentre io scoprivo lo spirito di un’epoca completamente sepolta, ma indimenticabile per chi l’aveva vissuta. Io purtroppo non avevo potuto vivere quei tempi mitici; li potevo solo rievocare attraverso i dischi e la mia fantasia.

C’era in quella musica una freschezza e un’innocenza che mi trasportavano in un mondo fantastico, fatto di semplicità e di sentimenti autentici. Natalino Otto, Claudio Villa, Nilla Pizzi, Carla Boni erano i miei divi canori preferiti. Per non parlare di Alberto Rabagliati, il mio preferito in assoluto. Avevo tutti i loro dischi in versione originale, nei vinili a 78 giri, ma anche le versioni rimasterizzate su CD. Negli anni la mia collezione era diventata un vero e proprio tesoretto, del valore di diverse migliaia di euro.

Ebbi tutto il tempo di affettare lo stracotto, impiattarlo e tagliare il pane a fette, con le quali riempii un piccolo canestro di vimini, che avevo comprato in Sardegna anni prima. Se Aldo non si fosse sbrigato, avrebbe rischiato di trovare lo stracotto ormai freddo. L’avrei aspettato per un po’, ma ad un certo punto avrei cominciato a mangiare anche senza di lui: detestavo le pietanze fredde, tanto più che avevo marinato lo stracotto con il vino e le erbette, tenendolo in frigo per una notte intera, come vuole la tradizione. La cottura aveva richiesto poi due ore a fiamma bassissima. Dopo tutto quel lavoro, mangiarlo freddo sarebbe stato un delitto.

Lo dico en passant: quello che cucinava, in casa Corradini, ero io. L’altra mia grande passione, dopo la musica leggera storica, era infatti la cucina. Forse era questo il motivo per cui Aldo ed io avevamo messo su qualche chilo di troppo, nell’ultimo decennio.

Un minuto prima che iniziassi senza di lui, Aldo si sedette a tavola, al suo solito posto, togliendosi gli occhiali da lettura.

Sorrideva soddisfatto inalando il profumo dello stracotto. Era ancora un uomo molto bello, nonostante i suoi cinquant’anni. Rispetto a quando lo avevo conosciuto, adesso era un po’ ingrassato e usava le lenti da vicino per leggere. Anche noi oculisti siamo soggetti alle leggi dell’età, nonostante conosciamo alla perfezione la fisiologia dell’occhio umano. In generale noi medici siamo bravi a curare i malanni degli altri, ma non siamo preparati ad accettare i nostri acciacchi; la loro inesorabilità, nonostante tutto, ci lascia sempre sconcertati.

«Che libro stai leggendo?», chiesi.

«”Il piacere di Elsie”, della Highsmith», rispose, mentre attaccava con forchetta e coltello una fettina di stracotto nel suo piatto.

«Pensavo che avessi già letto tutto il leggibile della Highsmith», obiettai, sapendo che era una delle sue autrici preferite.

«Ogni tanto bisogna ripassare i classici», rispose.

«Sai, stavo pensando a noi due, a quando ci siamo conosciuti».

«Uh, buono…», disse Aldo, apprezzando il mio stracotto. «Ti piace ripensare alle cose vecchie…», commentò.

«Mi piace ripensare ai tempi in cui mi hai rubato il cuore», dissi, scherzando, ma fino a un certo punto.

«Dopo dieci anni di felice convivenza si può dire che eravamo fatti l’uno per l’altro», rispose lui senza mostrare alcuna particolare emozione, dopo aver inghiottito un altro boccone. «Direi che la nostra relazione ha retto alla prova del tempo», aggiunse.

«Non hai rimpianti per la vita normale che avresti avuto con Antonella?», chiesi prudentemente. Era un argomento che ad Aldo non piaceva affrontare, ma io, in quei dieci anni non avevo mai smesso di rimuginarci. Non era una cosa da poco: se fosse capitato a me di mettere una donna incinta, la mia vita non sarebbe stata quella che è stata.

«Ancora con questa storia?», rispose Aldo, guardandomi con severità. «Ho scelto di non assumermi la responsabilità di un figlio, giusto o sbagliato che sia. Per parecchio tempo ne ho sofferto e ho cercato di fare del mio meglio perché il bambino stesse bene. Poi, quando Antonella si è sposata con il tabaccaio, mi sono messo il cuore in pace».

«Simone è comunque figlio tuo», gli ricordai.

«Potremmo parlare d’altro? O hai deciso di farmi andare lo stracotto di traverso?».

Era meglio cambiare argomento: «Scusami. Di cosa parlava “Il piacere di Elsie?”», chiesi, fingendo di interessarmi alle sue letture. In realtà, quando ripensavo a Simone, l’immagine del ragazzo mi metteva addosso parecchia malinconia e mi faceva desiderare che le cose fra Aldo e il suo figlio biologico fossero andate diversamente.

Il piccolo Simone, da quando l’avevo conosciuto, dieci anni prima, era cresciuto ed era diventato uno splendido ragazzo, un bellissimo giovane uomo di vent’anni, forse l’età più bella della vita.